Storia di due sanatori



Ogni famiglia custodisce tante storie, a volte segrete, che si tramandano di generazione in generazione. Queste righe raccontano di una donna, anzi di più donne, i cui destini nelle diverse generazioni si sono intrecciate ai percorsi di uomini altrettanto speciali come loro. Ripercorrere l’albero genealogico è un po' difficile, facciamolo partire dagli antenati più vicini: nonna Vi e nonna Ca. Una storia d’amore da film anni 50, lei con capelli curati dopo ore di bigodini, camicetta bianca un po' sbottonata sul collo e una longuette marrone, un sandalo col tacchetto e una pochette marrone con fantasia a rombi abbinata finemente alle scarpe, lui più casual, una camicetta a mezze maniche e un blue jeans, a guida di una decappottabile, in viaggio di nozze verso la costiera amalfitana, giovani belli e felici. Ahimè anche la fiaba di nonna Vi e nonno Ca ebbe dei momenti bui, e così come hanno insegnato è l’amore che dà la forza e l’animo di ricominciare. Nonna Vi si svestì di abiti sfarzosi e con il suo sorriso più bello (e un pacchetto di MS) indossò un camice, si rimboccò le maniche e iniziò a lavorare per la sua famiglia. Dal cammino di questa donna capricorno, forte, misteriosa e dal pugno di ferro, proseguì la storia di una delle sue figlie un po' scompigliata, la nostra protagonista Trullalà. Alta, bruna, una delle sue qualità migliori in adolescenza era… essere sportiva, tanto da provare tutti gli sport esistente sulla faccia della terra ma senza portarne mai uno a termine! Disordinata, tanto che non erano pochi i litigi con Claretta, sua sorella maggiore amante dell’ordine, del pudore e della disciplina. Un’adolescente mondana, non era difficile nei pomeriggi incontrarla in vespa con la sua storica cognata Rox. Insomma un personaggio spettinato Trullalà, che non poco mise alla prova la pazienza di nonna Vi quando decise che da grande voleva fare la casalinga. Ecco sarebbe stato un gran bene se quel periodo si fosse prolungato, invece, alle costrizioni imposte dalla nonna di stirare, cucinare e lavare, Trulllalà non resistette che pochi giorni. Intraprese così il percorso dei sanatori, coloro che hanno il delicato compito di sanare i corpi che interrompono il loro abituale funzionamento. Fortuna all’epoca non si doveva leggere tanto perché lei era molto svogliata e d’altronde iniziava un'altra carriera: era diventata mamma. Treno di qui, autobus di lì, provincia di Brindisi, provincia di Bari, di Lecce, di Taranto, assistenze a domicilio, sert, ambulatori, reparti vari, iniziava un lavoro itinerante fra vari ospedali nelle più svariate province. Gli anni trascorrevano e la famiglia si allargava, perché Trullalà se c’era una cosa che ha imparato ad amare non erano solo i suoi pazienti, ma soprattutto i bambini 
ed in particolare i suoi figli, le piaceva troppo essere mamma e sentirsi chiamare “Mà, Mamma!!!” 
Un giorno Trullalà giunse nel reparto di ri-animazione, finalmente vicino casa, nel suo paesino Popoli. Tuttora in questo luogo la missione è restituire l’anima alle persone che per un motivo o per un altro l’hanno persa. Un lavoro impegnativo. Le pratiche curative richiedono tanta concentrazione perché il personale medico deve creare connessioni tra il mondo dell’aldilà e dell’aldiqua. In sintesi, perché è davvero un lavoraccio e si potrebbe scrivere un intero trattato, i sanatori devono volare nei mondi ultraterreni e chiedere ai guardiani se per caso hanno visto passare, ad esempio il signor Fantozzi, e i guardiani dicono “sì di lì”, allora i sanatori devono chiedere permesso alle altre anime, farsi spazio in mezzo alla folla e ripescare l’anima del fuggitivo e convincerla a tornare nel corpo sulla Terra e dai propri cari. È complicato perché c’è chi è poco fiducioso o chi non ha nessuno in Terra e per questo motivo non ci vuole stare, perciò i sanatori devono cogliere il punto debole di quella persona e capire cosa è che più nel profondo ama per riportarla indietro. 
Trullalà in ri-animazione incontrò Dott. Awuand do, un uomo apparentemente burbero, distaccato, dall’aspetto rispettabile, e perfettamente preciso, ordinato, impeccabile. Awuand do cercava sempre di apparire imperturbabile, un atteggiamento comune tra i sanatori di grado maggiore perchè hanno paura di sbagliare ma non possono trasmettere tale sensazione.  Essi quando ri-animano un paziente devono dimostrargli di essere sicuri di ciò che fanno, altrimenti sulla Terra, in mezzo al casino, non ci torna nessuno. Il rapporto tra i due all’inizio era un po' complicato, ma chi l’avrebbe mai detto che Dottor Awuand do e l’infermiera Trullalà un giorno, mettendo da parte i bisticci sul posto di lavoro, si innamorarono. Trascorsero tanti anni insieme, e la cosa più bella che Awuand do potesse dare a Trullalà fu il dono del tatto, ora vi chiederete cosa sia il dono del tatto. Purtroppo un giorno una strega maligna lanciò una maledizione a Trullalà invidiosa della sua bontà e della sua bellezza, la maledizione fu quella di farle perdere lentamente la vista dall’occhio sinistro. E allora Awuand do, disperato, mise alla prova tutti i rimedi appresi negli anni di lavoro. Finché furono i suoi avi a comunicarli una formula magica. La sua trisnonna gli suggerì in sogno di trasmettere alla sua amata il dono del tatto. Questo dono consiste nel guarire con le mani, un’antica pratica di sanazione dei corpi, e così Trullalà si fece custode di un segreto millenario: quello di curare accarezzando. 
Ci fu un tempo in cui tra la gente del paese si diffuse la scappatella delle anime. Vi era un gran subbuglio, le anime si scambiavano i corpi e se ne andavano in giro per i fatti loro, scegliendo il corpo che più le aggradava. C’era molta confusione in giro, le persone non si riconoscevano più tra di loro, e si rattristivano perché si sentivano sole. Quando in un corpo giungeva un’altra anima essa apportava un cambiamento nell’essenza della persona, il carattere e la personalità mutavano. Fu richiesto ai sanatori un grande impegno perché l’umanità era in crisi e bisognava riportare le anime nei loro corpi originari per ripristinare rapporti sociali e tanto altro. Nel frattempo la coppia di sanatori comprese che la miglior pratica di prevenzione per frenare l’emergenza da anime era l’ascolto. A bordo della loro navicella 2.0 iniziarono a girare per tutta Italandia spiegando alle nuove generazioni di sanatori come ri- animare i pazienti colpiti dalla scappatella delle anime. La tecnica dell’ascolto consisteva nell’invitare i pazienti ad ascoltare le proprie anime, affinché se ne comprendessero le esigenze e i sanatori potessero proseguire con la cura. Le anime manifestarono un sentimento di insopportazione nei confronti dei corpi che le ospitavano, si sentivano imprigionate e volevano evadere. Awuand do creò uno sciroppo della riappacificazione tra anima e corpo e dopo la deglutizione le anime tornavano a sentirsi comode nei corpi e a percepirli come comode culle piuttosto che come fredde prigioni solitarie. I corpi tornarono ad accoglierle e a nutrirle senza pensare solo a se stessi e alla loro estetica destinata a decadere. Invece, Trullalà mostrò alle giovani sanatrici come praticare il dono del tatto, le carezze e gli abbracci trasmettevano calore ai corpi abbandonati dalle anime e a quelli sconvolti perché posseduti da anime forestiere. Il contatto fisico infondeva coraggio, gli ammalati comprendevano che dovevano lottare per riconquistare il loro soffio vitale, e le anime di fronte al loro ardore, sentendosi desiderate ritornavano da essi. Trullalà, così come la trisnonna di Awuand do ha raccontato, spiegava che il potere del tatto è un potere principalmente femminile perché è la donna che dà la vita e soltanto lei può rendere l’amore un qualcosa di tangibile, fu proprio l’atto creativo dell’amore delle sanatrici a restituire ai corpi l’amore per la propria anima che a sua volta vive soltanto attraverso l’amore che nutre per gli altri.

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